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Pozzo L’Arcaro, un ritorno sottoterra Stampa E-mail
Scritto da Ursus Spelaeus   

Eh sì, perché erano sei mesi che non scendevo nel mondo di sotto, fra stalattiti e stalagmiti, freddo e umidità, pipistrelli e dolicopodi, croll, maniglia e discensore e corde e pozzi e risalite.

Tutto questo abbiamo trovato nella grotta chiamata Pozzo L'Arcaro, vicino a Ceccano.

Cominciamo dall'inizio, dal solito appuntamento speleo all'Anagnina, dove troviamo ad aspettarci il presidente uscente dello SCR Stefano. Siamo io e Fabio, arrivati lì dopo aver prelevato ai Monti Tiburtini la Dolichopoda.

Ci tocca aspettare un po' l'arrivo del prete, con le solite ritardatarie di Lollo e Cecilia. Arriva prima Antonio e dopo qualche minuto la macchina bianca della canonica di Padre Gherardo, con le due ragazze dentro. Decidiamo con quante e quali macchine andare e così si parte, verso quest'altra avventura speleo.

In macchina io e Fabio leggiamo il percorso da fare. Bisogna arrivare prima a Ceccano e là cercare la Fontana del Gatto. Troviamo prima, però, il Bar del Gatto, dove qualcuno fa colazione. Poi finalmente si arriva al paese, si sbaglia strada, si chiede a una signora la via della fontana, quindi si arriva a un bivio, si chiede a un signore che ci dice che siamo quasi arrivati a destinazione: su per una salita che finisce alla Fontana del Gatto. Nessun miagolio, però, ma soltanto il gorgoglio tranquillo dell'acqua che esce dal tubo e si tuffa nella vasca.

Ci cambiamo, scattiamo una foto di gruppo e io comincio a incamminarmi su per la "traccia di sentiero che parte da sopra la fontana". Il sentiero termina in un'area con giochi per bambini, scivoli e strutture del genere. A sinistra si snodano diversi sentierini, che portano verso la collina. Ne prendo uno, poi un altro e poi un terzo, che sembra quello giusto, almeno questo non finisce in mezzo ai rovi come i precedenti.

Arrivato un po' in quota guardo giù e vedo gli altri che, anziché salire, si divertono con la "tirolese". Li chiamo per farmi vedere. Poi mi incammino di nuovo. Il sentiero va ancora su e sbuca su una mulattiera. Percorso qualche metro trovo anche la recinzione di cui parlava la descrizione. La costeggio per oltre cento metri fino a quando, alla mia sinistra, vedo una parete di roccia. Dalla mulattiera parte un sentiero, lo prendo e, arrivato alla base della parete, trovo l'imbocco della grotta.

Dopo qualche minuto cominciano ad arrivare gli altri. Si arma il primo salto di 6 metri, che ha un frazionamento dopo un metro o poco più. Uno dopo l'altro scendiamo. Siamo proprio in mezzo a una frattura, da cui, guardando in su, filtra la luce dell'ingresso alto della grotta, il P19. Dalla base del pozzetto parte uno scivolo di terra e rocce franate. Lo percorriamo tutto, fino a dove la frattura ostruisce il passaggio. Così controlliamo il rilievo e torniamo indietro fino al P8 che non avevamo visto. In realtà il P8 più che un pozzo è una frattura. Bisogna infilarsi quindi in un'altra spaccatura. Scende Stefano e poi Fabio. A me e la Dolichopoda non va di arrivare alla corda senza un traverso di sicurezza. Praticamente bisogna avvicinarsi troppo all'imbocco del pozzo e un piede messo male...

Così arriva il buon Antonio e monta un traverso. Mi allongio e scendo. Dopo quel pozzo ne troviamo un altro, sempre sugli 8 metri. Poi si percorre qualche metro e troviamo la prima risalita (R15): una corda scende giù dal buio sopra di noi. Sale prima Fabio e controlla lo stato della corda e degli armi. Poi salgo io. Un frazionamento dopo una decina di metri. Poi un traverso alla fine. Raggiungo Fabio che sta divorando un panino. Così do la libera e comincio a mangiare pure io il mio panino con la marmellata. Da dove siamo noi si sta un po' scomodi, su una specie di sella di roccia. Dal traversino parte un'altra corda che scende. I conti non ci tornano. Così restiamo là, attaccati chi a una corda chi al traverso, a mangiare. E sale Cecilia, che si attacca anche lei al traverso. Urlo a Lollo, che sta per salire, di portare su il rilievo della grotta.

Così finalmente capiamo. La corda che scende è un piccolo tratto verticale, 4 metri o poco più, non arrampicabile, che termina in un'altra frattura. Nel frattempo Stefano e Padre Gherardo si stufano di attendere e decidono di andarsene. Prima di far salire gli altri, visto che in 4 si sta stretti, Fabio scende quel saltino. Poi scendo io, e piano piano possono salire anche la Dolichopoda e Antonio.

Giù è bello. Ci sono splendide concrezioni, cristalli, pipistrelli che dormono. Cerchiamo di non disturbarli e scattiamo foto alle concrezioni. Restiamo là sotto per un bel po'. Poi le ragazze cominciano a risalire.

Fabio e Antonio se ne vanno su per l'altro ramo della grotta. Io aspetto giù e poi, quando li sento arrivare, comincio a risalire anch'io.

Fabio e Antonio sono arrivati in un punto con alcuni spit: forse l'arrivo dell'altra risalita (R11) che è stata disarmata... proseguendo, la grotta diventava più angusta e fangosa (fango rossiccio), Fabio si è affacciato a quella che dovrebbe essere la sala delle radici ed è tornato indietro.

Ritorno sulla sella, mi attacco al traversino, scendo i 15 metri della risalita. Arrivo al P8 e lo risalgo. Poi tocca all'altro P8, quello dove prima c'era il traverso, che adesso manca perché quella corda serviva. Così arrivo in cima, coi due sacchi speleo uno sulle spalle e l'altro sotto. Stacco quello più grande e lo butto più avanti, così sono più libero di muovermi. Poi stacco la maniglia e l'attacco sotto il croll. Dopo 3/4 tentativi riesco ad aprire il croll e sganciare la corda. Sono comunque ancora attaccato alla corda con la maniglia, così posso allontanarmi dall'imbocco del pozzo in tutta sicurezza. Quindi la stacco e do la libera.

Sale Antonio e poi Fabio che disarma. Sento la voce del prete che mi chiama. "Perché non sali?" Così risalgo il P6. Il Padre è là che ci aspetta, cambiato e col casco in testa. Aspettiamo gli altri due e nel mentre nasce una gara di sputi contro un buco nella roccia. Il prete è ben allenato, sarà un passatempo da canonica?

Usciamo. Il cielo è limpido e stellato. Non fa freddo. Sono le 19 passate. Al ritorno anziché tagliare fra i rovi, seguiamo la mulattiera fino alla fine, che sbuca sulla strada asfaltata, a 20 metri dalla fontana.

Ci si cambia, un sorso di birra, qualche fetta di salame offerta da Stefano e i datteri da Cecilia. Montiamo in macchina e alle 22 passate siamo a casa.

E l'adrenalina e l'ansia del pozzo sono soltanto un ricordo. Un piacevole ricordo.

Ultimo aggiornamento ( martedì 23 gennaio 2007 )
 
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