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grotta di Monte Piccolo Stampa E-mail
Scritto da Ursus Spelaeus   
Uscita del 29-04-06 alla grotta di Monte Piccolo
- di Ursus Spelaeus


Sabato 29 aprile, sempre più tardi la partenza per l'avventura speleo. Alle 10 circa siamo al Labaro, io, Fabio, Alessandro e Dorina, in attesa di Antonio e Lollo. Alle 11 passate siamo sul Soratte, a Sant'Oreste. Sosta alla piazzetta per un pezzo di pizza. E via verso il cimitero, oltre il fontanile, dietro la curva dove sorge la grotta a ridosso di un pendio, proprio sul ciglio della strada.
Parcheggiamo le auto e ci cambiamo. Fabio testa la sua nuova tuta rossa, io il mio sacco speleo mini-punteros, d'un insignificante color argento.
Attraversiamo la strada e raggiungiamo il piccolo buco nella roccia che è l'entrata della grotta. Entro per primo e comincio a strisciare come un lombrico. Ragni, dolicopodi, insetti alati e radici filiformi mi accompagnano. In breve comincio a ricoprirmi di fango. Poi mi fermo. Davanti a me un piccolo meandro. E' un po' in quota, un paio di metri scarsi. Tento di raggiungere il fondo, ma non c'è possibilità. Tento di passare in quota, 1, 2, 3 tentativi, ma niente, a me i meandri proprio non piacciono. Arriva il resto del gruppo, Fabio entra e mi supera, io lo raggiungo... non era quella la strada, dobbiamo tornare indietro. Uscendo dal meandro, però, vado sul fondo e risalgo: più facile e tranquilla la risalita della discesa. Da lì sarà Fabio a condurre, sarà l'ottava volta che visita Monte Piccolo...
Sei lombrichi avanzano fra rocce e fango, fra imprecazioni e ammaccature varie. Darò poi ragione a Fabio, che sosteneva che all'Occhio della Farfalla, almeno all'inizio, non c'erano strettoie. No, le strettoie sono queste, dove sei costretto a strisciare veramente, dove ti infili in cunicoli alti 30 cm, dove pensi che è impossibile passare per un essere umano, ma poi ti convinci che qualcuno, magari più grosso di te, è passato, dove il casco e la tikka restano incastrati e minacciano di restare lì mentre tu avanzi, dove avere con sé un sacco è come portare avanti un'altra persona, dove in alcuni punti procedi pochi centimetri per volta, conquistando terreno lentamente, ma conquistandolo. A tratti la volta si allarga, posso stare seduto, perfino in piedi.
Poi la sala, una sala con massi di crollo ovunque e un buco che va giù, per circa sei metri. Una corda coi nodi attaccata a un sasso arriva al fondo. Fabio scende, rapido nella sua infinita sicurezza. Io mi affaccio, titubante nella mia infinita insicurezza. Scende poi Antonio, e scende Lollo. Alessandro ci prova, poi ci chiama in aiuto, stava scivolando e non trovava appigli. Gli afferro il braccio e lo aiuto ad uscire. Dorina scende. Alessandro decide di restare. E io con lui. Avrei preferito una corda seria e un discensore. Più sicuro.
Restare là ad aspettare gli altri a me non andava, così mi arrampico su una roccia per vedere cosa c'è di là. Si apre una saletta, salgo ancora più su e vedo delle belle concrezioni, strane a dire il vero, mai incontrate prima, sono sferoidali, morbide, fango quindi. Fango appallottolato dall'acqua. Chiamo Alessandro e lo faccio venire su a vederle.
Da lì continuiamo il nostro giro esplorativo.
Le strettorie sembrano esser finite. In un punto altri massi di crollo. Al di là vedo un'altra sala. Tento di passare fra due massi, ma mi resta incastrato il piede in mezzo, tento di passare da sopra, ma non trovo appigli. Così mi sdraio a terra e strisciando ancora come un verme passo da sotto. In breve sto dall'altra parte.
Una bella sala si apre ai nostri occhi. Davanti a noi una grande colata calcitica bianchissima, in netto contrasto col resto della roccia. Sotto, una stalagmite di circa 10 cm di diametro si ergeva per almeno 40 cm, anch'essa bianchissima. Era proprio sotto di noi, dopo un saltino di un metro, che immetteva in una sorta di pendio di sassi di crollo. A prima vista ci sembrava facile da raggiungere, ma poi rinunciamo a passare quel salto, senza appigli e con la roccia bagnata e scivolosa. Così comincio a cercare una via che aggiri quel salto, infilandomi in tutti i buchi che trovo.
Dopo mezz'ora lasciamo perdere e torniamo indietro.
Raggiunta la saletta dove ci siamo divisi, ci sediamo e io ne approfitto per mangiare il mio panino e bere. La grotta è caldissima.
Dopo 5 minuti risalgono gli altri e dopo circa altri 5 arriva Paolo, che con la scusa di misurare le correnti d'aria si fuma 2 sigarette.
Dopo alcuni minuti torniamo tutti e 7 dalla stalagmite bianca. Fabio, ovviamente, in 2 secondi la raggiunge. Scendiamo così tutti, tranne Alessandro e Paolo. Scattiamo qualche foto e poi ce ne andiamo.
Paolo ci saluta e noi proseguiamo verso il fondo della grotta.
Si supera un piccolo salto di circa un metro e mezzo, si entra in un piccolo meandro e si raggiunge una bella sala, altissima. Alla nostra destra, in fondo, una corda scendeva giù, verso la base del P15. Alla nostra sinistra un pendio di terra. Vicino all'imbocco del pozzo Fabio ci fa vedere le ossa fossili di bovidi incastonate nella roccia. Qualche frammento si trova anche a terra, in mezzo al terriccio e ai sassi.
Scattiamo qualche foto e torniamo indietro.
Stavolta conduco io il ritorno. Le batterie cominciano a scaricarsi, vedo sempre meno nitidamente. Da lì alla saletta in cui incontrammo Paolo la strada è facile e breve. Ma poi ricominciano le strettoie. Vedo i miei capelli ridotti a una massa compatta di fango, l'elastico non ha tenuto, né la bandana Speleonauti. Avanzo strisciando. Dietro di me gli altri. Mi affaccio in una spaccatura: sarà quella la via? Butto lo zaino dentro, ma mentre mi infilo vedo alla mia sinistra un'altra strada. Mi fermo. Forse è quell'altra. Esco e mi infilo nell'altro buco, riconosco il cunicolo. Il mio sacco è però rimasto indietro. Alessandro è dietro di me, ma non può prenderlo, ha difficoltà a infilarsi nella strettoia. Così do una voce ad Antonio, che dice agli altri di fermarsi, c'è da prendere il sacco che io ho infilato "in un buco strano". Dopo qualche metro, in un punto più largo, mi passano il sacco.
Strisciamo e strisciamo, fin quando vedo la luce. Siamo vicini all'uscita. Lo dico ad Alessandro, che dava segni di irrequietezza. L'ultimo punto sembra essere più difficile, stretto e in salita. Ma alla fine sono fuori. All'imbocco un foglio di carta con un messaggio: "Lasciate tutto pulito, Alessandro al Campanile". Ne ignoriamo il significato. Forse una battuta del padrone del ristorante "Al Campanile" di Sant'Oreste, ha visto le auto ferme ed ha intuito che dentro ci fossero speleologi.
Uscito in strada mi butto a terra fra l'erba umida. Una leggerissima pioggerellina viene giù, per niente fastidiosa, anzi ristoratrice. Esce Alessandro e poi Antonio. Insieme ad Ale vado al fontanile, deciso a lavarmi i capelli. Lungo la strada che costeggia il cimitero Alessandro si ferma ai secchioni e butta la sua tuta, ormai strappata. Arrivati alla fonte, mi tolgo guanti e casco, mi sciolgo i capelli e li ficco sotto il getto freddo dell'acqua. Ne esce acqua marrone, tutte e 3 le volte che li sciacquo. Mi lavo il viso e bevo abbondantemente. Alessandro, nel frattempo, ha lavato i suoi stivali.
Torniamo alle macchine. Gli altri si stanno già cambiando. Prendo il mio zaino e comincio la lunga ma inevitabile procedura di spoglio, vestizione e imballo della roba sporca. Il sacco speleo è irriconoscibile: un grumo di terra. Un'auto si ferma e un tizio occhialuto dall'aria incuriosita ci chiede cosa stiamo facendo. Qualcuno gli risponde che siamo speleologi. "Ah, c'è una grotta?" domanda. "Solo una?" avrei voluto rispondergli. "Ma state andando via?" chiede ancora. "Siamo tutti coperti di fango, direi di sì" rispondo, ma non sente. Antonio lo accompagna all'imbocco della cavità e noi continuiamo nelle nostre faccende.
Improvvisamente Dorina lancia un grido e fugge via in mutande." Strano", dico, "ancora devo spogliarmi e già scappi?" Ha visto qualcosa aggirarsi fra la sua roba, non si sa bene cosa però, un serpente? No, era un piccolo lombrico, che per i fatti suoi se ne stava andando sottoterra. Prima noi, poi lui...
Senza altri incidenti, a parte una manata di fango che ho lasciato sul vetro della macchina di Fabio, possiamo fare ritorno alla civiltà.
A casa scopro che non era colpa delle batterie se la tikka illuminava poco... ma di un tocco di fango attaccato alla lampada...