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Sabato 29 aprile, sempre più tardi la partenza per l'avventura
speleo. Alle 10 circa siamo al Labaro, io, Fabio, Alessandro e Dorina,
in attesa di Antonio e Lollo. Alle 11 passate siamo sul Soratte, a Sant'Oreste.
Sosta alla piazzetta per un pezzo di pizza. E via verso il cimitero, oltre
il fontanile, dietro la curva dove sorge la grotta a ridosso di un pendio,
proprio sul ciglio della strada.
Parcheggiamo le auto e ci cambiamo. Fabio testa la sua nuova tuta rossa,
io il mio sacco speleo mini-punteros, d'un insignificante color argento.
Attraversiamo la strada e raggiungiamo il piccolo buco nella roccia che
è l'entrata della grotta. Entro per primo e comincio a strisciare
come un lombrico. Ragni, dolicopodi, insetti alati e radici filiformi
mi accompagnano. In breve comincio a ricoprirmi di fango. Poi mi fermo.
Davanti a me un piccolo meandro. E' un po' in quota, un paio di metri
scarsi. Tento di raggiungere il fondo, ma non c'è possibilità.
Tento di passare in quota, 1, 2, 3 tentativi, ma niente, a me i meandri
proprio non piacciono. Arriva il resto del gruppo, Fabio entra e mi supera,
io lo raggiungo... non era quella la strada, dobbiamo tornare indietro.
Uscendo dal meandro, però, vado sul fondo e risalgo: più
facile e tranquilla la risalita della discesa. Da lì sarà
Fabio a condurre, sarà l'ottava volta che visita Monte Piccolo...
Sei lombrichi avanzano fra rocce e fango, fra imprecazioni e ammaccature
varie. Darò poi ragione a Fabio, che sosteneva che all'Occhio della
Farfalla, almeno all'inizio, non c'erano strettoie. No, le strettoie sono
queste, dove sei costretto a strisciare veramente, dove ti infili in cunicoli
alti 30 cm, dove pensi che è impossibile passare per un essere
umano, ma poi ti convinci che qualcuno, magari più grosso di te,
è passato, dove il casco e la tikka restano incastrati e minacciano
di restare lì mentre tu avanzi, dove avere con sé un sacco
è come portare avanti un'altra persona, dove in alcuni punti procedi
pochi centimetri per volta, conquistando terreno lentamente, ma conquistandolo.
A tratti la volta si allarga, posso stare seduto, perfino in piedi.
Poi la sala, una sala con massi di crollo ovunque e un buco che va giù,
per circa sei metri. Una corda coi nodi attaccata a un sasso arriva al
fondo. Fabio scende, rapido nella sua infinita sicurezza. Io mi affaccio,
titubante nella mia infinita insicurezza. Scende poi Antonio, e scende
Lollo. Alessandro ci prova, poi ci chiama in aiuto, stava scivolando e
non trovava appigli. Gli afferro il braccio e lo aiuto ad uscire. Dorina
scende. Alessandro decide di restare. E io con lui. Avrei preferito una
corda seria e un discensore. Più sicuro.
Restare là ad aspettare gli altri a me non andava, così
mi arrampico su una roccia per vedere cosa c'è di là. Si
apre una saletta, salgo ancora più su e vedo delle belle concrezioni,
strane a dire il vero, mai incontrate prima, sono sferoidali, morbide,
fango quindi. Fango appallottolato dall'acqua. Chiamo Alessandro e lo
faccio venire su a vederle.
Da lì continuiamo il nostro giro esplorativo.
Le strettorie sembrano esser finite. In un punto altri massi di crollo.
Al di là vedo un'altra sala. Tento di passare fra due massi, ma
mi resta incastrato il piede in mezzo, tento di passare da sopra, ma non
trovo appigli. Così mi sdraio a terra e strisciando ancora come
un verme passo da sotto. In breve sto dall'altra parte.
Una bella sala si apre ai nostri occhi. Davanti a noi una grande colata
calcitica bianchissima, in netto contrasto col resto della roccia. Sotto,
una stalagmite di circa 10 cm di diametro si ergeva per almeno 40 cm,
anch'essa bianchissima. Era proprio sotto di noi, dopo un saltino di un
metro, che immetteva in una sorta di pendio di sassi di crollo. A prima
vista ci sembrava facile da raggiungere, ma poi rinunciamo a passare quel
salto, senza appigli e con la roccia bagnata e scivolosa. Così
comincio a cercare una via che aggiri quel salto, infilandomi in tutti
i buchi che trovo.
Dopo mezz'ora lasciamo perdere e torniamo indietro.
Raggiunta la saletta dove ci siamo divisi, ci sediamo e io ne approfitto
per mangiare il mio panino e bere. La grotta è caldissima.
Dopo 5 minuti risalgono gli altri e dopo circa altri 5 arriva Paolo, che
con la scusa di misurare le correnti d'aria si fuma 2 sigarette.
Dopo alcuni minuti torniamo tutti e 7 dalla stalagmite bianca. Fabio,
ovviamente, in 2 secondi la raggiunge. Scendiamo così tutti, tranne
Alessandro e Paolo. Scattiamo qualche foto e poi ce ne andiamo.
Paolo ci saluta e noi proseguiamo verso il fondo della grotta.
Si supera un piccolo salto di circa un metro e mezzo, si entra in un piccolo
meandro e si raggiunge una bella sala, altissima. Alla nostra destra,
in fondo, una corda scendeva giù, verso la base del P15. Alla nostra
sinistra un pendio di terra. Vicino all'imbocco del pozzo Fabio ci fa
vedere le ossa fossili di bovidi incastonate nella roccia. Qualche frammento
si trova anche a terra, in mezzo al terriccio e ai sassi.
Scattiamo qualche foto e torniamo indietro.
Stavolta conduco io il ritorno. Le batterie cominciano a scaricarsi, vedo
sempre meno nitidamente. Da lì alla saletta in cui incontrammo
Paolo la strada è facile e breve. Ma poi ricominciano le strettoie.
Vedo i miei capelli ridotti a una massa compatta di fango, l'elastico
non ha tenuto, né la bandana Speleonauti. Avanzo strisciando. Dietro
di me gli altri. Mi affaccio in una spaccatura: sarà quella la
via? Butto lo zaino dentro, ma mentre mi infilo vedo alla mia sinistra
un'altra strada. Mi fermo. Forse è quell'altra. Esco e mi infilo
nell'altro buco, riconosco il cunicolo. Il mio sacco è però
rimasto indietro. Alessandro è dietro di me, ma non può
prenderlo, ha difficoltà a infilarsi nella strettoia. Così
do una voce ad Antonio, che dice agli altri di fermarsi, c'è da
prendere il sacco che io ho infilato "in un buco strano". Dopo
qualche metro, in un punto più largo, mi passano il sacco.
Strisciamo e strisciamo, fin quando vedo la luce. Siamo vicini all'uscita.
Lo dico ad Alessandro, che dava segni di irrequietezza. L'ultimo punto
sembra essere più difficile, stretto e in salita. Ma alla fine
sono fuori. All'imbocco un foglio di carta con un messaggio: "Lasciate
tutto pulito, Alessandro al Campanile". Ne ignoriamo il significato.
Forse una battuta del padrone del ristorante "Al Campanile"
di Sant'Oreste, ha visto le auto ferme ed ha intuito che dentro ci fossero
speleologi.
Uscito in strada mi butto a terra fra l'erba umida. Una leggerissima pioggerellina
viene giù, per niente fastidiosa, anzi ristoratrice. Esce Alessandro
e poi Antonio. Insieme ad Ale vado al fontanile, deciso a lavarmi i capelli.
Lungo la strada che costeggia il cimitero Alessandro si ferma ai secchioni
e butta la sua tuta, ormai strappata. Arrivati alla fonte, mi tolgo guanti
e casco, mi sciolgo i capelli e li ficco sotto il getto freddo dell'acqua.
Ne esce acqua marrone, tutte e 3 le volte che li sciacquo. Mi lavo il
viso e bevo abbondantemente. Alessandro, nel frattempo, ha lavato i suoi
stivali.
Torniamo alle macchine. Gli altri si stanno già cambiando. Prendo
il mio zaino e comincio la lunga ma inevitabile procedura di spoglio,
vestizione e imballo della roba sporca. Il sacco speleo è irriconoscibile:
un grumo di terra. Un'auto si ferma e un tizio occhialuto dall'aria incuriosita
ci chiede cosa stiamo facendo. Qualcuno gli risponde che siamo speleologi.
"Ah, c'è una grotta?" domanda. "Solo una?"
avrei voluto rispondergli. "Ma state andando via?" chiede ancora.
"Siamo tutti coperti di fango, direi di sì" rispondo,
ma non sente. Antonio lo accompagna all'imbocco della cavità e
noi continuiamo nelle nostre faccende.
Improvvisamente Dorina lancia un grido e fugge via in mutande." Strano",
dico, "ancora devo spogliarmi e già scappi?" Ha visto
qualcosa aggirarsi fra la sua roba, non si sa bene cosa però, un
serpente? No, era un piccolo lombrico, che per i fatti suoi se ne stava
andando sottoterra. Prima noi, poi lui...
Senza altri incidenti, a parte una manata di fango che ho lasciato sul
vetro della macchina di Fabio, possiamo fare ritorno alla civiltà.
A casa scopro che non era colpa delle batterie se la tikka illuminava
poco... ma di un tocco di fango attaccato alla lampada...
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