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Abbandonata la statale, imbuchiamo una strada secondaria,
dove parcheggiamo l’auto. Sotto la strada c’è un’antica
fornace.
Io (Ursus) speleo-esploratore di turno, insieme a Fabio, scendiamo per
il piccolo dirupo che si apre sotto la strada. Sulla destra è presente
una piccola discarica abbandonata. Superata quella noto un’apertura
oltre il muro di vegetazione. Mi faccio strada e trovo un’entrata,
che scoprirò poi, a fine giornata, essere un varco nella fornace.
Si mette a piovere proprio mentre cominciamo a cambiarci.
Un fabbro del luogo ci offre riparo nel suo capanno e ci mette sopra anche
una bottiglia di liquore, subito trafugata da Antonio con la scusa dell’ospedaletto
di Porta Capuana. Nessuno capisce e continua la speleo-vestizione.
Studiando il rilievo, pare che la grotta debba aprirsi più a monte.
Superiamo quindi il capanno e troviamo sulla sinistra un sentiero che
porta sulla collinetta. Là si comincia a cercare il buco.
Io, come al solito, ne trovo uno, che si apre in
mezzo a dei rovi. Si presenta pieno di immondizia, un buco che va giù
e varrebbe la pena magari di esplorare.
Fabio invece nota, più in basso, in mezzo alla vegetazione fitta,
un avvallamento. Mi chiama e io scendo a dare un’occhiata.
La depressione, ricoperta di vegetazione selvaggia, è insozzata
da rifiuti, per lo più metallici e qualche copertone. Ma in fondo
trovo l’entrata del rifugio antiaereo scavato nella roccia durante
la Seconda Guerra Mondiale. E’ grazie a questo rifugio che è
stata scoperta la cavità dell’Elefante: scavando ne hanno
intercettato una parte.
Si accendono le tikke e si entra.
L’entrata è ampia ed alta e all’inizio
anche umida. Sulle pareti e sul soffitto della galleria frammenti di legno
marcio ed annerito: testimonianza della passata vita nel rifugio.
Dopo un centinaio di metri intercettiamo la grotta. Sulla sinistra si
apre il primo pozzetto di 6 metri. Con un armo naturale si scende nell’ignoto.
Si arriva in una piccola saletta dalle pareti interamente ricoperte di
concrezioni a "broccoletti" che immette, tramite uno stretto
passaggio, in una spaccatura che porta al secondo pozzo di 10 metri. La
roccia si presenta friabile e franosa.
Per entrare nel pozzetto ci sono 2 metri da fare in opposizione. Il pozzo
è una frattura abbastanza stretta, ma comoda, che immette in una
galleria. Percorriamo prima il lato sinistro, verso Nord-Est. Si arriva
ad un meandrino, con poca acqua sul fondo, che porta al sifone.
Le pareti della galleria sono tutte concrezionate. In terra troviamo del
fango indurito, del colore della cioccolata fondente, e scaglie di calcare
cementate fra loro a formare suggestive concrezioni.
Il lato destro porta, dopo qualche metro, ad un altro meandro. Antonio,
Fabio e Marco Jones lo percorrono in quota. Io tento la traversata sul
fondo, ma è troppo scivoloso e l’acqua, in un punto, sembra
alta. Desisto e attendo gli altri, che dopo pochi minuti arrivano. Marco
Jones risale il pozzetto, poi è il turno di Antonio. Fabio ha così
tutto il tempo per prendere dal fondo del meandro il suo bottino di guerra:
un moschettone arrugginito rimasto immerso in acqua da chissà quando,
che userà come longe (per i nuovi corsisti).
Risaliti fino al rifugio si scatta qualche foto e si da un’occhiata
al resto del rifugio. Nella galleria troviamo i tentativi di un’istrice
di scavarsi la tana e i suoi escrementi ricoperti da una muffa filiforme,
la cui vista abbiamo tutti apprezzato. Fabio, infatti, ha insistito per
immortalarli con la sua digitale.
Si ritorna così alla superficie.
Un contadino ci vede e mi chiede cosa siamo andati a fare sotto terra.
“Ma che c’è là sotto?” mi apostrofa. “Tutto
un mondo” avrei voluto rispondergli, ma non avrebbe capito.
Per fortuna ha smesso di piovere. Ci possiamo cambiare con tranquillità:
Marco Jones ha tutto il tempo, nel rientrare in abiti da cittadino, di
allestire il suo ormai classico "mercatino di buste e stracci sporchi"
con in bella mostra tutti i suoi sacchetti modello "Clochard"
e all’ora di cena siamo a casa, con una grotta in più sul
groppone.
--|Vrsvs Spelaevs|--
"Tutto ciò è detto con il sorriso ed è
per mantenerlo che ognuno di noi a prescindere dagli altri deve a mio
avviso mantenere il proprio stile di comportamento senza perdersi in mere
disquisizioni."
Nanni Agnello, filosofo postmoderno
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