Relazione uscita del 19-02-06 a Supino - di Ursus Spelaeus

Una domenica come tante: il solito appuntamento all’Anagnina, i soliti ritardi, i soliti che danno buca, si parcheggia, si stabilisce con quali macchine andare, si parte, si fa benzina lungo la strada.
Una domenica da manuale speleo.
Ci dirigiamo ad Artena, a prendere Anna, e poi verso la nostra meta: Supino.
Abbandonata la statale, giungiamo nei pressi di Fonte Pisciarello, la fontana che a tanti di noi (ma a me no) è conosciuta: da lì partono le strade che conducono alla grotta del Frigorillo e alla grotta del Pisciarello.
Ma noi siamo diretti a Supino e prendiamo la strada che sale, piena di buche e massi franati. Di tanto in tanto mucche bianche e nere, dalle lunghe corna, ci osservano dal bordo strada. Antonio ne fotografa qualcuna.
Facciamo una piccola sosta. Si scende dalle auto nel punto in cui il manto stradale è attraversato da un canale di scolo alto circa 4 metri. Ci affacciamo a guardare giù. Faccio il solito scherzo: afferro Gabriele per le spalle e lo tiro indietro urlando “Attento che cadi!” Gabriele mi riempie scherzosamente di pugni, confessandomi però di esserci cascato… I vecchi scherzi funzionano sempre.
Arrivati alla fontana si fa il piano della situazione. Dapprima si decide tutti per un’escursione. Marco Jones non ha nulla e così si fa prestare un giubbotto e le scarpe da Antonio. Iacopo, infischiandosene delle nostre discussioni, comincia la vestizione speleo, deciso ad infilarsi in una grotta. E così il nostro gruppo si divide. Padre Gherardo, Marco Jones (che restituisce la roba ad Antonio), Gabriele e Iacopo andranno in grotta (non si sa quale, Gabriele dice di conoscerne una là intorno…), mentre io, Antonio, Anna, Rosa e Matilde ce ne andiamo su per il colle, verso un trekking esplorativo.
Seguiamo così il sentiero che si inerpica su per il pendio, fra sassi, rami caduti e foglie secche. Dopo breve gli alberi aumentano. Chiazze sparute di neve macchiano il terreno. La temperatura non è molto bassa, il cielo sereno.
Individuiamo l’ingresso della grotta di Monte Fato, un buco nel terreno che termina dopo 30 metri.
In cima c’è neve, tanta neve. Ci sarebbero volute le ghette, ma nessuno di noi le aveva. Scattiamo un paio di foto e cominciamo a scendere il pendio. Il bosco è silenzioso. Attorno ai tronchi degli alberi la neve manca, sciolta dal loro calore.
Si arriva a valle. Cominciamo subito la nostra esplorazione delle doline della zona. Io e Antonio ci facciamo immortalare sul bordo di una bella spaccatura.
Continuiamo la nostra camminata sul fondo della valle innevata, fino a trovare un punto, al limitare del bosco, senza neve, su cui ci sediamo per pranzare.
Terminato il pasto, torniamo indietro. Attraversiamo la valle, risaliamo il pendio boscoso. Antonio mi consegna la sua digitale e comincio a scattare foto in continuazione a tutti gli alberi che incontro.
Comincia a levarsi la nebbia.
Raggiungiamo la cima e scendiamo verso valle. Arrivati all’ingresso della grotta di Monte Fato, Antonio segna il punto col GPS.
Si continua la discesa, riprendendo il sentiero.
Raggiungiamo la strada e ci dirigiamo verso il pratone, per un paio di ore di camminata.
In quella zona ci sono parecchie cavità e doline. Quelle che vediamo sono tutte attappate. Depressioni, fosse in cui è possibile scendere. Ce le guardiamo tutte. In una di queste, profonda circa 4 metri, avremmo potuto scendere. Sul fondo continuava, si poteva dare un’occhiata. Ma non avevamo le tute, né vestiti di ricambio. Sarebbe servita anche una corda, per sicurezza.
Più avanti ci mettiamo a cercare una grotta che conosceva Anna, ma di cui non ricordava il punto. E infatti non lo troviamo. Raggiungiamo un boschetto spettrale, buio, appena distinguibile fra la nebbia che era scesa.
Decidiamo di tornare indietro.
Arrivati alle doline la visibilità è ridotta a 20 metri. Meglio sbrigarsi.
Raggiunto il pratone, la visibilità per fortuna migliora.
Arrivati alle macchine, come di consueto, ci diamo una ripulita.
Nessuna traccia dei nostri compagni. L’auto è ancora parcheggiata, ma non possiamo aspettarli.
Torniamo ad Artena. Anna ci invita a casa sua, per mostrarci la sua bellissima collezione di fossili.
Sulla via del ritorno provo a chiamare Padre Gherardo e Marco Jones. Non sono raggiungibili.
Una volta a casa, mi arriva un sms da Marco Jones: hanno visitato una grotta facile e stanno tornando.
Sul nome e l’ubicazione di quella grotta, però, ancora silenzio.

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